SPEDIZIONE SUL RELITTO DEL SOMMERGIBILE "MALACHITE"

Gennaio 2001

Dossier Informativo

PREMESSA

Quest’anno abbiamo deciso di iniziare il nuovo millennio con una spedizione su un nuovo relitto, di cui ho scoperto l’esistenza, in occasione del mio ultimo soggiorno in Sardegna, durante il quale ho effettuato una serie di immersioni di ricerca su relitti italiani, affondati in quelle acque durante la Seconda Guerra Mondiale.

Tra questi, appunto, il relitto di un sommergibile della Marina Militare Italiana, il MALACHITE. Era un Sommergibile Classe 600 - Serie PERLA.

Dimensioni: lunghezza 60.18 m Larghezza 6.45 m Pescaggio 4.7 m

Dislocamento: carico normale 695 tonn, Pieno carico 855 tonn

Velocità max in emersione (motori diesel): 14 nodi

Autonomia in emersione: 5200 miglia a 8 nodi

Velocità max in immersione (motori elettrici): 7.5 nodi

Autonomia in immersione: 74 miglia a 4 nodi

Armamento: 1 da 100/47, 2 da 13.2, 6 tubi lanciasiluri da 533 mm.

Equipaggio: 44

Uguale alla serie SIRENA, della quale rappresentano una ripetizione, avevano scafo tipo Bernardis con doppi fondi centrali resistenti e controcarene esterne, con una profondità di collaudo di 80 metri. Ebbero motori più potenti, una maggiore dotazione di combustibile ed un nuovo impianto di condizionamenti, mentre esteriormente mostravano solo la falsatorre un po’ più grande nella parte superiore ed un radiogoniometro manovrabile dall'interno dello scafo.

La serie era costituita da: Perla, Gemma, Berillo, Diaspro, Turchese, Corallo, Ambra, Onice, Iride e Malachite.

Solo i battelli Diaspro, Turchese e Onice sopravvissero alla guerra.

Nel corso del mese di gennaio 1943, al sommergibile Malachite (al suo attivo 22 missioni esplorative offensive, 14 di trasferimento, percorse 29085 miglia) agli ordini T.V. Alpinolo, fu affidata una missione in Algeria. A bordo una squadra di incursori del battaglione San Marco agli ordini del Sottotenente Bartolini, con obiettivo la distruzione di un ponte ferroviario a El Kjeur. Una volta lasciato il commando nei pressi della costa Algerina, il Malachite rimase in silenzio totale, nell’attesa del segnale convenuto per il recupero degli uomini. L’equipaggio intese chiaramente una violenta esplosione, e dopo pochi minuti fu avvistato il segnale. Mentre si avvicinava al luogo convenuto, sulla spiaggia si scateno una battaglia con una serie di spari ed esplosioni. Rimasto in attesa ben oltre il tempo stabilito, con il pericolo imminente di essere scoperto dalle forze navali ed aeree nemiche, il T.V. Alpinolo Cinti ordinò la partenza immediata. Fu intercettato ben due volte sulla via del ritorno, ma riuscì a scappare. Il 9 febbraio del 1943 nei pressi della costa sud della Sardegna, risali in superficie iniziando i preparativi per l’arrivo in porto. A 3 miglia a sud di Capospartivento, il sottomarino olandese Dolfjn era in agguato, quando scorse dal periscopio due imbarcazioni che erano più o meno a due miglia da lui, capì subito che uno era un sommergibile che rientrava da una missione e decise di attaccarlo. Lanciò 4 siluri dai tubi di lancio di prora ad intervalli di 5, 8 secondi l'uno dall'altro, dopo circa due minuti il terzo siluro esplose sul fianco del Malachite che iniziò ad affondare di poppa. Qualche istante dopo prima di sparire sott'acqua si alzò verticalmente con la prua e la torretta fuori dall'acqua ed immediatamente scomparì. Giunsero sul luogo subito delle imbarcazioni per salvare i naufraghi, 13, tra cui il comandante, sui 48 membri dell’equipaggio, ma nessuna si accorse del Dolfjn che silenziosamente si allontanò dalla zona.

 

In una delle mie ultime immersioni di ricerca siamo andati molto vicini al punto, trovando una serie di lamiere contorte. In seguito, uno dei subacquei con i quali ero sceso ha effettuato finalmente un’immersione su quello che pensiamo essere il nostro relitto, trovando e fissando il punto esatto. Questo accadeva pochi giorni fa. Subito l’idea ed il desiderio di organizzare una Spedizione d’esplorazione quanto prima possibile. E quale momento migliore che l’inizio dell’anno? Così è cominciato il lavoro di raccolta dati, notizie e tutto quanto ci potesse essere utile a capire meglio la sua storia "terrestre" per essere preparati a quella marina. Non è stato facile con il pochissimo tempo che avevamo a disposizione, ma siamo riusciti nel nostro intento.

 

Sfruttando le esperienze delle spedizioni dell’anno 2000, "Andrea Doria", "Viminale" e "Scapa Flow" stiamo preparando al meglio quest’impresa sia dal punto di vista tecnico che delle informazioni ai media.

Il Malachite si trova poggiato su un fondale tra i 117 ed i 124 metri di profondità. Affrontare una serie d’immersioni consecutive ad una profondità così elevata, richiede una grande esperienza nel campo, che permetta di mantenere la concentrazione necessaria anche in presenza di stress e fatica. Proprio per questo i membri che fanno parte del Team, sono esclusivamente subacquei tra i maggiori esperti europei del settore, con alle loro spalle una grande esperienza nelle immersioni profonde. La preparazione e l’esperienza umana non é sufficiente, se non accoppiata ad una preparazione meticolosa, ed attrezzature con elevate prestazioni ed affidabilità. Tutto è provato e riprovato nelle fasi di preparazione ed allestimento, tutto deve funzionare alla perfezione, non esiste improvvisazione, una "sorpresa" forse gestibile durante un’immersione ricreativa, a quelle profondità potrebbe provocare ad un disastro.

Di grandissima rilevanza è tutto ciò che riguarda l’attrezzatura che sarà utilizzata, nelle fasi della preparazione, con una precisione assoluta nella ricarica delle miscele utilizzate, Trimix per il fondo, e miscele iperossigenate per la risalita e la decompressione, attraverso l’utilizzo d’analizzatori d’ossigeno e dei nuovissimi analizzatori d’elio per miscele subacquee che il nostro team ha in esclusiva europea. Saranno utilizzate speciali tabelle di decompressione, per garantire la sicurezza dei subacquei, durante le immersioni. Revisione totale di tutte le procedure di sicurezza e d’emergenza, niente è lasciato al caso.

Una volta in acqua tutta l’attrezzatura personale di ognuno dei membri diventa fondamentale. Mute particolarmente resistenti per esplorazione sui relitti, maschere con ampia visuale, erogatori affidabili con altissime prestazioni, che ci permetteranno di respirare senza sforzo oltre i 100 metri, dimostrando l’affidabilità e la tecnica alla quale oggi le case produttrici sono arrivate. Macchine fotografiche, telecamere, custodie, illuminatori, ogni singolo pezzo che comporrà la nostra attrezzatura sarà d’altissimo livello in grado di affrontare senza problemi questo tipo d’immersioni. L’obiettivo è di arrivare ad oltre 120 metri per realizzare, con quante più riprese ed immagini fotografiche ci sarà possibile effettuare, un documento atto a testimoniare non solo una scoperta, ma anche un pezzo della storia italiana che si pensava di aver perso per sempre.

A seguito di questa spedizione che apre il terzo millennio, altre sono già previste nel corso dell’anno 2001, con l’obiettivo di riportare alla luce momenti di storia passata.

I COMPONENTI LA SPEDIZIONE

Fanno parte del team subacquei espertissimi nell’immersione su relitti profondi. Questi i componenti del team ad oggi :

Aldo Ferrucci Technical Workshop Director di agenzie didattiche ricreative e tecniche, autore di manuali, trattati ed articoli di immersione su relitti, Stefano Ruia Course Director di subacquea ricreativa e tecnica, affermato giornalista ed autore di libri e manuali sull’immersione. Patrick Vanstraelen Istruttore belga con esperienza di immersione in tutti i mari del mondo, fotografo di talento e organizzatore di varie spedizioni similari. Stefano Barbaresi istruttore ricreativo e tecnico, videoperatore subacqueo per varie reti nazionali. Anne Blangy Istruttrice Francese appassionata di immersione su relitti profondi. Riccardo Soi subacqueo tecnico appassionato di immersioni sui relitti, in quanto sardo, nostro esperto di zona. Andrew Fortune Istruttore ricreativo e tecnico di nazionalità svizzera, con al suo attivo immersioni su relitti nei 5 continenti Giacomo Chiappa Istruttore ricreativo e tecnico, oltre ad essere un operatore subacqueo professionista con esperienza pluriennale. Mirko Berni Istruttore ricreativo e tecnico appassionato di immersioni profonde sui relitti Davide Mottola Istruttore Ricreativo e tecnico appassionato di immersioni sui relitti Michele Geraci Istruttore Ricreativo e tecnico appassionato di immersioni sui relitti

I risultati che si possono ottenere con i singoli sforzi certo sono ben poca cosa in confronto a quello che si potrebbe ottenere se le imprese del settore vedessero in queste spedizioni non solo un interesse circoscritto del settore; sono ritrovamenti che spesso fanno parte della storia e che se proposte nella giusta maniera possono interessare ed incuriosire un vasto pubblico.

ARTICOLO APPARSO SULLA RIVISTA SUB

LA RICERCA CONTINUA

di Aldo FERRUCCI

Il 9 febbraio 1943, il sommergibile Malachite appartenente alla classe Perla, in forza alla Regia Marina Italiana, stava rientrando da una missione di sabotaggio in terra algerina. Abilmente sfuggito alla caccia subito dopo l’azione, arrivava nei pressi della costa sud della Sardegna, e risalito in superficie faceva rotta verso il porto di Cagliari. Purtroppo non arriverà mai in porto, in quanto il sommergibile olandese Dolfjin in agguato nei pressi, lo attacca con quattro siluri. Tre sono evitati dalla manovra diversiva del comandante, ma il quarto colpisce la zona di poppa affondando il Malachite in soli 50 secondi. Sulle 48 persone a bordo solamente 13 i sopravvissuti.

Durante un mio soggiorno in terra sarda, venivo a conoscenza della storia e di alcuni possibili punti dove poteva giacere il sommergibile. Ho effettuato allora in quel periodo, alcune immersioni di ricerca su fondali dai 100 ai 120 metri di profondità, con scarsi risultati. Al mio rientro, ho continuato a raccogliere informazioni, coadiuvato dagli stessi membri del Team e da collaboratori esterni, riuscendo a definire alcuni punti possibili da esplorare.

Mi sono messo subito in contatto con i membri del XpeditionTeam, tutti esperti subacquei appassionati di immersione su relitti. Per questa nuova avventura, “Xpedition Malachite”, 12 membri provenienti da vari paesi europei.

Appuntamento il 12 gennaio 2001 a Chia Laguna, nei pressi di Cagliari. Per prima cosa prepariamo tutto il materiale necessario alle immersioni, previste a profondità comprese tra i 110 ed i 120 metri. Sono allestite due stazioni di ricarica, una dedicata alla realizzazione di miscele Trimix ed una per Nitrox. Ambedue sono dotate di sistemi di miscelazione a flusso continuo, in grado di produrre miscele contenenti ossigeno fino al 40%, velocizzando al massimo i tempi di ricarica, con alte precisioni di miscelazione senza l’obbligo di utilizzo di attrezzature ossigeno dedicate. Per la realizzazione di miscele contenenti più del 40% di O2, sono a nostra disposizione due sistemi a tripla filtrazione, che ci garantiscono lo standard oxygen service. Per le analisi vari tipi di analizzatori di ossigeno ed il nuovissimo sistema di analisi dell’elio, che ci garantisce la composizione al 100% della miscela realizzata.

Una volta realizzate ed analizzate le miscele Trimix (12/50 od 11/55 in funzione della profondità prevista), le miscele di trasferimento (aria ed EAN 40) e deco (EAN 80), effettuiamo un’immersione a bassa profondità per la messa a punto del materiale.

Siamo quindi pronti per le immersioni dell’indomani. Abbiamo delimitato alcune zone al largo di Cagliari, dove in base alle informazioni raccolte potrebbe trovarsi il relitto del sommergibile.  Realizziamo per ognuna di queste un reticolo di circa un quarto di miglio con quadrati di 40 metri, da seguire con l’aiuto del GPS e dell’ecoscandaglio, che dovrebbe permetterci di localizzare il Malachite. Sono definiti i gruppi di immersione, le procedure di comunicazione e di emergenza. Visto che si tratta di immersioni di ricerca, a volta senza risultato, decidiamo di scendere a gruppi di tre, e con un tempo di fondo ridotto al minimo, in modo da poter effettuare più discese su punti diversi durante la giornata.

 Purtroppo nonostante questo periodo sia chiamato dai pescatori del luogo “le secche di gennaio” per le piatte di mare e vento, le condizioni meteo sono inclementi, e nonostante l’impazienza di entrare in azione siamo costretti a rimandare l’uscita al giorno successivo. Martedì finalmente sembra arrivata la volta buona, partiamo dalla nostra base operativa ed arriviamo al porto, dove ci aspetta la nostra barca (un peschereccio moderno di 13 metri e mezzo), che l’alba é ancora lontana.  Imbarchiamo le attrezzature e via verso il punto di ricerca, dove dovremmo arrivare in un’ora e tre quarti. Arrivati in zona troviamo mare lungo con onde alte almeno due metri. Grazie alla perizia marinara di Sergio, il comandante della barca, ed alle precise indicazioni di Stefano e Mirko, riusciamo ad effettuare il reticolo. La batimetria resta pero drammaticamente piatta, del sommergibile nessuna traccia. Vorremmo proseguire con la ricerca in un’altra zona, ma il vento teso, ed i consigli di Sergio, ci fanno prendere la via del ritorno.  L’indomani mattina, nuova alzataccia notturna e partenza verso un nuovo punto, indicatoci da alcuni pescatori, in cui c’é un’afferratura, che in gergo marinaro vuol dire che nel recuperare le reti si sono incagliate ed hanno tirato su pezzi di ferro. Due ore e mezzo ci separano dal nostro obiettivo, che si annunciano movimentate, vista la forza del vento e le onde presenti. Dopo circa un’ora, superato il riparo di un promontorio, veniamo investiti da raffiche violente di vento e da mare formato. Rapida consultazione, e nuova ritirata, decisione difficile ma che si rivela saggia, visto che il groppo di vento ci coglie con tutta la sua forza sulla strada del ritorno.

Il giovedì il tempo sembra essere migliorato, ma alcuni membri sono costretti a rinunciare all’immersione, li aspetta il traghetto per il rientro a casa. I rimanenti, tutta l’attrezzatura caricata sul furgone restano in attesa di una telefonata di Sergio per la partenza. Finalmente arriva l’OK, di corsa al porto e una volta caricato l’equipaggiamento a bordo, si parte a tutta forza verso il probabile punto di immersione.  Il radar ci segnala in lontananza una serie di temporali che per nostra fortuna rimangono a debita distanza, lasciando spazio a mare piatto e sole caldo, forse sono arrivate veramente le “Secche di gennaio”. Una volta arrivati a destinazione bastano pochi minuti, e finalmente si delinea sullo schermo un chiaro eco di un relitto. Dalle dimensioni considerevoli, è chiaro che non può trattarsi del sommergibile, ma decidiamo di immergerci lo stesso. Gettiamo una cima con pedagno, che ci servirà da guida durante la discesa. La visibilità in superficie é buona e sembra non esserci corrente. Piano previsto 16 minuti a 120 metri, per una durata totale di immersione di 126 minuti. Quattro i subacquei previsti, Stefano che porterà la videocamera per le riprese, con Patrick che gli farà da assistente, ed il sottoscritto, che si occuperà delle foto assistito da Anne. Pochi minuti sono necessari per indossare le attrezzature ed effettuare i controlli di sicurezza, e via si parte. La visibilità é ottima, ma la corrente aumenta man mano che scendiamo, obbligandoci a tirarci sulla cima per non derivare. A 100 metri il relitto si disegna chiaramente sotto di noi, in perfetto assetto di navigazione con una rete che si solleva dalla coperta sulla dritta. Dopo circa quattro minuti ci troviamo sul ponte ad oltre 120 metri, dove dobbiamo contrastare una forte corrente che arriva trasversalmente al relitto. Proveniente dal fondo, risalendo la fiancata di sinistra del relitto arriva una cernia bianca di fondale di almeno 40 chili (senza esagerazioni di anziano pescatore) che si avvicina a noi, per nulla intimorita dalla nostra presenza. Preparo la macchina fotografica, e rimango un po’ stupito della mancanza di luminosità del mirino. Mi fermo un attimo a riflettere e mi rendo conto che non ho acceso alcuna torcia e nemmeno la luce guida del flash. Siamo a 122 metri di profondità, alle 3 del pomeriggio in inverno ed, in effetti, non abbiamo alcun bisogno della luce artificiale se non per ristabilire i colori naturali, una cosa eccezionale. Siamo nella parte poppiera, alcune stive si aprono sotto di noi, sono tentato di entrare, ma uno sguardo al profondimetro (-123) mi riporta a più miti propositi. Un’altra cernia, ancora più grossa della precedente, esce dall’interno del relitto, si avvicina come incuriosita fino a toccarmi, forse sono il primo essere umano che abbia mai visto. Procedo verso il castello centrale che vedo in lontananza, passando sopra ad alcuni argani, ed all’entrata di un’altra stiva.  Vista la distanza dalla poppa, il castello dovrebbe trovarsi a centro nave, quindi la nave dovrebbe essere lunga almeno un’ottantina di metri. Purtroppo il tempo é tiranno, i fatidici 16 minuti sono trascorsi, quindi chiamo la fine dell’immersione. Lascio il Trimix a 50 metri per l’aria ed inizio con la prima tappa di decompressione. Ai trenta cambio ancora con EAN 40, e lancio il pallone per facilitarci la decompressione in corrente e segnalare la nostra posizione in superficie. Pochi minuti e dall’alto ci giunge una cima zavorrata, con la prima bombola di emergenza contenente EAN 40, segno evidente che le procedure decise in precedenza sono state messe in atto dal bravissimo comandante e dal suo equipaggio.

Ultimo cambio a 9 metri con EAN 80 (anche li é presente la bombola di sicurezza con EAN 80) e dopo poco più di due ore dalla nostra entrata in acqua, risaliamo in superficie.  Un ultimo sforzo per liberarci delle attrezzature ed issarle a bordo, ed eccitatissimi parliamo dell’immersione e del relitto tutti insieme contemporaneamente. “Che nave era?”, “eravamo effettivamente sulla poppa?”, “quanto erano grandi le cernie?”, “avete visto qualche nome?”, “ e l’elica?”, le domande si susseguono a ritmo frenetico. Giusto il tempo di cambiarci, asciugare la custodia della telecamera (un nuovo modello NIMAR progettato per immersioni fino a 150 metri), e subacquei ed equipaggio si ammassano davanti al piccolo schermo, i primi per essere certi che l’immaginazione non abbia esagerato i ricordi, i secondi per vedere se quanto detto corrisponde veramente a realtà. Le prime immagini girate in luce ambiente, ci confermano una visibilità ed una luminosità non comuni, forse ancora migliori di quanto ricordavamo, ed il comandante ammette che le cernie erano veramente grosse come le avevamo descritte.

Riprendiamo la via del ritorno, un tramonto rosso fuoco si staglia in lontananza, siamo stanchissimi, ma ………… che immersione!

Un amico, cui ho fatto leggere l’articolo prima di inviarlo al giornale, mi ha detto perché volevo pubblicare la cronaca di un insuccesso.

Certo, siamo un po’ delusi di non aver trovato questa volta il “nostro” sommergibile e, quello che lui definisce un insuccesso, é invece una delle tappe obbligate di chi come noi effettua delle ricerche ed é abituato a dover affrontare svariate immersioni prima di arrivare all’obiettivo. Ritengo onesto portare a conoscenza di chi ci legge che partecipare alle operazioni di un team, non significa solamente realizzare immersioni mozzafiato ma, prima di arrivare ad un successo é necessario un duro lavoro di preparazione che talvolta può’ durare mesi se non addirittura anni.

Per quanto riguarda il Malachite, nel frattempo abbiamo recuperato nuove ed importantissime informazioni, che ci rendono particolarmente ottimisti su un prossimo ritrovamento. Certo dovremo rimettere insieme tutti i dati, ripartire e preparare il tutto, ma queste fatiche vengono in ogni modo ampiamente ripagate dalla soddisfazione di potersi immergere su relitti completamente vergini ed inesplorati come quello descritto sopra.

Quindi nessun problema, la ricerca continua…………….. senza dimenticare che adesso abbiamo nei nostri programmi futuri un nuovo obiettivo.

I subacquei del Team che hanno partecipato all’immersione hanno avuto modo di valutare le attrezzature messe a disposizione dalla Dacor, in particolare il nuovo erogatore Viper Metal e le nuove pinne Tiger.

Queste le impressioni:

Aldo Ferrucci - Utilizzo già da più di due anni con soddisfazione l’erogatore Viper Tech, sia nelle immersioni ricreative sia in quelle tecniche più estreme. Leggerezza, affidabilità, facilità di respirazione a tutte le profondità e la possibilità di essere utilizzato in tutte le posizioni, sono fra le caratteristiche del prodotto che più apprezzo. Questa ultima versione migliora in particolare modo la fluidità di erogazione e, l’introduzione del nuovo snodo sul primo stadio nel Viper Metal , lo rendono ancora più versatile nel suo utilizzo. Per quanto riguarda le Tiger, mi ha subito colpito l’immediata sensazione di facilità nella pinneggiata. Non lasciatevi però ingannare, quando avrete bisogno di una spinta immediata e potente, la pinna risponderà egregiamente, come lo ha ben dimostrato nell’immersione sopra riportata, con condizioni di forte corrente ed equipaggiamento pesante.

Anne Blangy – Ho avuto l’occasione di provare il nuovo Viper Metal e le pinne Tiger, durante l’immersione in Trimix a 120 metri con equipaggiamento pesante e molta corrente. Ho avuto quindi il piacere di testare prestazioni di questi materiali in condizioni difficili. Per quanto riguarda le pinne, la prima impressione é stata un alto grado di comfort nella pinneggiata. La pala non oppone alcuna resistenza durante i movimenti, che mi ha sorpreso all’inizio ma che poi ho apprezzato in un’immersione di lunga durata. In più il rendimento della ,pinneggiata é eccellente. Lo spostamento era efficace nonostante il carico di equipaggiamento e la corrente presente, senza obbligarci a fornire un eccessivo sforzo, che é sempre difficoltoso in profondità. Per quanto concerne gli erogatori, durante la discesa la respirazione si effettua senza alcuno sforzo e soprattutto senza aspirare acqua in nessun momento, né con la testa in alto né soprattutto mentre si discende testa in basso (alla francese). Sul fondo le prestazioni restano eccellenti : lo sforzo necessario per inspirazione ed espirazione rimane costante. Nelle condizioni di questa immersione il flusso d’aria é sempre stato eccellente malgrado una pinneggiata a volte sostenuta  ed un equipaggiamento pesante. Per quello che riguarda le uscite HP e MP, io le ho utilizzate con un solo secondo stadio, una frusta MP per il giubbetto ed un manometro. Le cinque uscite MP e le   due HP; lasciano moltissime possibilità e la frusta principale di bassa pressione girevole aiuta a mantenere in bocca confortevolmente l’erogatore. Il primo stadio é compatto e poco ingombrante e da una buon’impressione di robustezza.

Stefano Barbaresi - L'erogatore Viper Metal della ditta Dacor, utilizzato durante le immersioni di ricerca in occasione del progetto "Malachite Expedition", è risultato generosissimo nella portata d'aria ed é altrettanto morbido sia nella fase d’inspirazione sia espirazione nonostante le profondità cui è stato utilizzato (121 mt). Ho apprezzato in modo particolare, la possibilità dell'utilizzo simmetrico destro-sinistro del secondo stadio soprattutto in fase decompressiva (montato in una delle bombole da fianco). Non ho mai provato alcuna sensazione di fame d’aria durante tutta l'immersione, grazie anche alla generosa azione propulsiva data dalle pinne Tiger che hanno fornito eccellenti prestazioni anche in presenza di corrente, nonostante la gran mole d’attrezzature utilizzate per questo tipo d'immersione, in cui oltre all’equipaggiamento sub, dovevo occuparmi della videocamera subacquea completa di sistema d’illuminazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 DACOR – La nota azienda di materiale subacqueo ha messo a disposizione di tutti i componenti del team i nuovi erogatori Viper Metal e le nuove pinne Tiger. Progettati e realizzati per essere prodotti all’avanguardia e di altissimo livello, si sono dimostrati una scelta vincente soprattutto durante l'immersione a più di 120 metri con forte corrente sia in superficie che sul fondo. La versatilità, la dolcezza nella respirazione a tutte le profondità e posizioni fanno del nuovo Viper Metal un erogatore ai massimi livelli oggi sul mercato. Le nuovissime pinne Tiger hanno dimostrato di essere anche loro polivalenti, pinneggiata estremamente facile in condizioni normali, riescono in caso di corrente a tirare fuori tutta la loro grinta, permettendo di avanzare senza sovraffaticare il subacqueo.

NIMAR - La NIMAR nasce nei primi 80’ grazie all’impegno del titolare della Plastmeccanica Sig. Lugli Rossano che, unendo la passione per la fotografia, il video e il mare con l’esperienza acquisita nel settore della plastica, crea all’interno della propria ditta un reparto adibito alle custodie sub per telecamere e macchine fotografiche. Con l’avvento del video e delle nuove tecnologie la Nimar sviluppa negli anni modelli di custodie compatibili con la maggior parte delle telecamere professionali in circolazione, per le quali crea un’ampia serie di prodotti.

La partecipazione ai principali eventi sportivi del settore hanno il merito di far conoscere il marchio a livello nazionale ed internazionale e di instaurare collaborazioni di carattere commerciale con alcune fra le più famose ditte di equipaggiamento sportivo. La qualità e l’affidabilità dei propri prodotti permettono oggi alla Nimar di cercare nuovi sbocchi sui mercati di tutto il mondo e di essere sempre all’avanguardia nella progettazione e nella realizzazione di nuovi articoli, per rispondere al meglio a tutte le esigenze dello skin-diver. La strada intrapresa quasi vent’anni fa oggi continua anche nel nuovo millennio con l’obiettivo del miglioramento continuo per la soddisfazione del cliente. Abbiamo utilizzato la nuova custodia per altre profondità a più di 120 metri, non riscontando alcuna variazione nella dolcezza dei comandi ed una tenuta stagna perfetta.

COLTRI SUB - COLTRI SUB, un nome divenuto sinonimo di compressori d’aria, attraverso una grande esperienza iniziata nel 1954. Era nata l’AEROTECNICA COLTRI, oggi azienda leader nel settore della costruzione e nello studio tecnico di compressori ad alta pressione per aria respirabile. L’azienda è diventata oggi l’unica in assoluto ad offrire una completa gamma di prodotti per ogni tipo di attività subacquee. Uno staff altamente specializzato e modernissimi macchinari digitali realizzano in continuazione un’offerta straordinariamente ampia e la vasta gamma dei modelli prodotti va dai compressori più piccoli di ridotte dimensioni a quelli più grandi utilizzati nelle stazioni di ricarica.

POWERRESERVE SPORT FOODS – Questa azienda si occupa da anni di ricerca nutrizionale e integrazione alimentare, ed in particolare, con il marchio POWERRESERVE distribuisce una linea completa di integratori per sportivi, ha creato per noi uno specifico prodotto per le immersioni con miscele iperossigenate.

 SIAD – La società facente parte del gruppo internazionale Praxair, con sedi nei cinque continenti, ha fornito i gas necessari alle esplorazioni subacquee, come elio ed ossigeno. Tutti i gas a noi forniti erano corredati di analisi e di certificato di respirabilità per garantire la sicurezza agli utilizzatori.

 SONY - Sponsor tecnico della spedizione, ci ha messo a disposizione materiale audiovideo per la realizzazione di conferenze e videocamere subacquee digitali professionali per le riprese video terrestri e subacquee.

  DIVING TECHNICAL CENTER -

  JAX - JAX Joint Relax, è il Boccaglio sponsor tecnico della spedizione. Prodotto da una nota azienda del settore dentale, specializzata in dispositivi Intra-orali per attività sportive. Jax è l’innovativo boccaglio anatomico a integrazione fisiologica, le sue particolari caratteristiche, lo rendono assolutamente confortevole e garantiscono il massimo rilassamento dei muscoli della bocca. Particolarmente raccomandato per immersioni a lunga permanenza, jax era montato su tutti gli erogatori del Team.

 

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